Italia-Brasile 3-2 Lato B

Lato B: Penzance

A Penzance pioveva sempre, le scogliere punteggiate da immobili greggi di pecore, il mare gelido nonostante il sole di luglio. Io e Lei avevamo 14 anni e non smettevamo un secondo di cantare. Avevano stipato la nostra esuberanza in una stanzetta affacciata su un ripido vicolo di pescatori, che saliva o scendeva a seconda dei punti di vista. Gabbiani preistorici gracchiavano i loro strani richiami mentre la nostra padrona di casa, che ci arrivava sì e no alla spalla, armeggiava intorno a scatolette di fagioli e improbabili tramezzini.
Ci avevano mandato in Cornovaglia a imparare l’inglese ma non avevano tenuto conto di un dettaglio: correva l’anno 1982, e in Spagna si giocavano i Mondiali.

Io ero da poco sbarcata in Italia dal Brasile, dove ero stata bambina. Sembrerà strano, ma il calcio era un modo semplice ed efficace per orientarmi nel mio doloroso conflitto di identità. Quando scendeva in campo la Seleção canarinho, l’ago della mia bussola cominciava a fibrillare e il mio cuore batteva forte, così forte da superare la grande distesa oceanica che mi separava dal paese in cui ero nata e in cui avevo lasciato una casa, una scuola, gli amici, una lingua, un cielo vasto di nuvole, Vinicius, Toquinho, Chico. E una idolatrata sorella maggiore.
Ma Lei non era da meno. Cresciuta milanista in una famiglia di maschi interisti, di calcio ne capiva eccome, ed era abituata a seguire con sottile competenza i cross, i tunnel, i calci d’angolo, i fuorigioco. Perfino l’umore, la motivazione e le potenzialità della squadra in campo. Insomma, era, la nostra, una lotta tra titani.
Non ce ne rendemmo conto subito, anche perché la Nazionale era, come al solito, partita malissimo. Viziati ed eleganti, i signorini azzurri si erano quasi fatti eliminare dal Camerun, lasciando senza parole lo stormo degli studenti italiani. Mentre i brasiliani erano belli come il sole, e il loro giallo brillava di allegria nei miei occhi carichi di saudade.
Dopo aver battuto la muscolare Argentina, eravamo allo scontro diretto, uno di quegli scontri che o la va o la spacca.
Tale era la mia sicurezza – o si chiama sicumera? – che a ripensarci oggi non sembra neanche vera. Lei, da parte sua, non mi dava retta e sprizzava gioia di vivere: che bello, c’è la partita, ce la guardiamo insieme. Ma forse, dentro dentro, sperava in silenzio, e la sua speranza volava alta oltre le mie miserabili certezze.

Ed eccoci al calcio d’inizio. Noi sedute sul divano lillipuziano di Mrs Tosi, con davanti due pacchetti di Digestive al cioccolato (uno fondente, l’altro al latte), per combattere la fame atavica dell’adolescenza e l’ansia da prestazione. Io sorrido nervosa mentre canto l’inno nazionale (Ouviram do Ipiranga as margens placidas…), Lei pronta al peggio, ma incalzata da un sano ottimismo. Terzo incomodo, e incredulo davanti al nostro maschile entusiasmo, Raphael: un giovane, pallido e insulso spagnolo in cui avevamo malriposto le nostre giovanili aspettative.
Ci siamo appena sistemate sui cuscini che, al 5’, Paolo Rossi insacca di testa. La doccia è fredda ma abbozzo, mentre Lei raddrizza un po’ la schiena irrigidendo i muscoli. Passano solo 7 minuti e Socrates buca la difesa di Zoff. Comincio a rilassarmi ma il divertimento è un’altra cosa. Lei si smangiucchia il primo Digestive e Raphael ci guarda stranito. Saranno tutte così, le italiane?
Intanto Gentile viene ammonito e io sussulto. Ma al 25’ il dannato Paolo Rossi fa fuori Valdir Perez mani-di-argilla e raddoppia. Io non ci voglio credere. Non voglio credere che chi ha la matassa della mia identità possa palleggiare distratto e impunito senza prendermi sul serio, senza impegnarsi, senza dare l’anima. Il primo tempo finisce e io sono sfinita. Briciole della mia tracotanza si mescolano a quelle dei biscotti, mentre Lei non sa se sorridere, farmi il solletico, o dirmi quella parolina che mi costringa ad abbassare finalmente la cresta. Fuori piove.

Comincia il secondo tempo e vorrei essere nata in Svezia. La Seleção preme un po’ di più ma nulla in confronto a quello che dovrebbe fare per vincere. Sì, vincere. Perché, anche se oggi ci basterebbe pareggiare per passare alle semifinali, che identità sarebbe un’identità patteggiata?
Ci prova Zico, poi Leandro, poi ancora Eder. Mentre Rossi sgattaiola troppo spesso in aria di rigore, e getta i presupposti delle mie rughe di oggi. Finalmente al 68’ il sinistro di Falcão, la gazzella. Sospiro, mi viene un po’ da piangere. Anche Lei, ormai, non è più quella di prima. Ci guardiamo di sghembo. I biscotti finiscono, Raphael se ne va annoiato, Mrs Tosi commenta ma noi non la capiamo. Siamo 2 a 2 e mancano 22 minuti.

Il colpo al cuore arriva, sempre da Rossi, pochi passaggi dopo. L’Italia vola verso il trionfo e io non abbozzo più. Mi alzo e faccio per uscire. Non sarà tanto sportivo ma io davanti alla tv non resisto.
Ed ecco, improvvisa, luminosa, densa, l’epifania. Lei, che sta per assistere al miracolo della sua vittoria, si alza senza esitazione e mi segue fuori, per farmi compagnia. In quel vicolo che sale e scende sull’onda delle nostre emozioni, sorvolate dai gabbianacci e dalle nuvolone di pioggia, bianche e grigie come le pecore sulla scogliera.

Torniamo quando ci sembra che possa essere tutto finito. Raphael ci aspetta sulla porta sorridendo, senza aver capito niente. Ha vinto l’Italia, evviva! Faccio in tempo a scorgere, sul video, le lacrime dei miei dèi, tornati uomini dopo la caduta, mentre lo stadio Sarrià di Barcellona esplode di azzurro.
La vita prende e dà. Quel giorno, ha scalfito la mia onnipotenza ma mi ha regalato un’amicizia che, dopo 28 anni, continua a nutrirsi degli stessi Digestive, della stessa allegria, della stessa generosità.

Alessandra